Uno stile che ha riscritto il caos
Esiste un tipo di artista che non si capisce subito. Che bisogna attraversare, non guardare. Jacovitti era di questa specie. Le sue tavole non si leggono: si esplorano. Ogni vignetta è un ecosistema in ebollizione — salami sospesi nel vuoto, vermi pensierosi, piedi sproporzionati, prospettive che obbediscono solo alla logica interna di un universo dove il nonsense ha le sue leggi ferree.
Eppure sarebbe un errore scambiare tutto questo per anarchia. Dietro l’apparente disordine si nascondeva un controllo grafico quasi maniacale: il tratto di Jacovitti, apparentemente «di getto», si rivela a un’attenta osservazione realizzato per piccoli frammenti e con grande cura, con ogni linea ripassata più volte. L’accumulo era una tecnica, non un eccesso. La stratificazione visiva era la forma stessa del suo umorismo: non una vignetta da leggere, ma una pagina da abitare.
Jacovitti è stato uno di quegli autori che non hanno creato una scuola imitabile, ma un linguaggio irripetibile. La sua comicità non era mai solo infantile: era surreale, talvolta grottesca, spesso satirica, e soprattutto profondamente personale. Con personaggi come Cocco Bill ha smontato i miti del fumetto popolare — il western, l’eroe infallibile, l’avventura classica — sostituendo l’epica con il paradosso. Non imitava i generi: li rovesciava dall’interno.

Le origini e la formazione (1923–1939)
Benito Franco Giuseppe Jacovitti nasce il 9 marzo 1923 a Termoli, in Molise. Il padre Michele è ferroviere e operatore cinematografico, la madre Elvira Talvacchio è di origine albanese. La famiglia si sposta più volte: prima a Ortona, poi a Macerata, infine a Firenze nel 1934, città che diventerà decisiva per la sua formazione.
A Firenze compie gli studi al liceo artistico tra il 1937 e il 1940, per poi iscriversi alla facoltà di architettura. La sua formazione è per lo più autodidatta, e si costruisce guardando ad alcuni illustratori chiave: lo svizzero C. Schmidt, per l’uso del controcampo e la ricostruzione accurata degli ambienti; il francese Albert Dubout, per le grandi tavole affollate; e Walter Faccini, per il gusto dell’assurdo nell’invenzione dei personaggi. Nello Jacovitti degli inizi si trovano anche elementi grafici riconducibili a Elzie Crisler Segar, creatore di Braccio di Ferro, e persino a Disney — un insieme di influenze eterogeneo che solo un grande maestro poteva amalgamare in uno stile unitario e inconfondibile.
Nel 1939, a soli sedici anni, esordisce come autore pubblicando vignette umoristiche per la rivista satirica fiorentina Il Brivido: tavole a pagina intera piene di gag, di cui la prima — La linea Maginot — ironizzava già sulla guerra.
In alto: Quattro opere degli autori chiave che hanno influenzato lo stile unico di Jacovitti.
Gli anni del Vittorioso e la guerra (1940–1945)
Nel 1940 inizia la collaborazione con Il Vittorioso, periodico settimanale per ragazzi di area cattolica che pubblicava esclusivamente autori italiani, dove crea alcuni dei suoi personaggi più famosi: Pippo, Palla e Pertica. Il sodalizio con la testata durerà quasi trent’anni, fino alla chiusura nel 1970, e sarà il laboratorio in cui Jacovitti sviluppa il suo stile: parodie letterarie, avventure umoristiche, gag surreali dentro un contenitore editoriale cattolico e sostanzialmente edificante — una contraddizione produttiva che lo costringe a trovare spazi di libertà dentro vincoli precisi.
Durante il fascismo e la guerra la sua posizione è più sfumata di quanto la vulgata successiva abbia lasciato intendere. L’autore ha sempre rappresentato uno spirito indipendente: realizzò durante il fascismo strisce satiriche sull’argomento, con protagonista il personaggio di Battista l’ingenuo fascista, incapace di adattarsi al cambiamento e oggetto di rappresaglie da parte di chi condivideva le sue stesse idee.
Il dopoguerra e l’affermazione (1945–1956)
Nel secondo dopoguerra Jacovitti è già un autore riconoscibile. Sul Vittorioso continua a sviluppare il suo universo — parodie di classici come Pinocchio e Don Chisciotte, avventure dei tre ragazzacci Pippo, Pertica e Palla — mentre sperimenta anche fuori dalla testata cattolica. Collabora con Il Travaso delle idee, dove lavora insieme a Federico Fellini a una storia anticomunista, firmando con lo pseudonimo «Franz» per non urtare l’editrice AVE.
In questi anni nasce anche il Diario Vitt, avviato nel 1949: un diario scolastico illustrato che diventerà un oggetto iconico per generazioni di studenti italiani. Tra gli anni Sessanta e Settanta arriverà a vendere oltre tre milioni di copie l’anno, superando nel totale i cento milioni di copie. Non era un prodotto minore: era Jacovitti che entrava nelle case attraverso la cartoleria scolastica, raggiungendo un pubblico che non avrebbe mai comprato un albo a fumetti.
La consacrazione: Cocco Bill e gli anni d’oro (1957–1969)
Nel 1956 inizia la collaborazione con il quotidiano milanese Il Giorno, illustrando il supplemento per ragazzi del giovedì. Crea prima Tex Revolver — un antecedente diretto di quello che verrà — e poi, nel 1957, il personaggio destinato a definire la sua fama internazionale: Cocco Bill.
Il cowboy che beve camomilla al posto del whisky non è soltanto una gag: è una macchina per smontare miti. Nato insieme al suo cavallo Trottalemme sul primo numero de Il Giorno dei Ragazzi, Cocco Bill verrà pubblicato anche sul Corriere dei Piccoli e sul Giornalino, e sarà al centro di un albo speciale Sergio Bonelli Editore. I suoi antagonisti più celebri, i sette fratelli Kuknass, vengono introdotti nell’estate del 1965.
Sempre nel 1957 nascono, sul Travaso, altri personaggi adulti: Bobby Cianuro, Pasqualino Rififì, Sempronio. Tom Ficcanaso, giornalista protagonista di indagini-parodia dei racconti di gangster, nasce pochi mesi dopo Cocco Bill, sempre sul Giorno dei Ragazzi. Sono anni in cui Jacovitti lavora su più registri contemporaneamente: l’umorismo per ragazzi, la satira per adulti, la pubblicità. Negli anni Sessanta realizza Caroselli televisivi con Cocco Bill e Zorry Kid, raggiungendo il grande pubblico attraverso un mezzo allora dominante.
La maturità e le tensioni culturali (anni Settanta)
Gli anni Settanta sono il momento più controverso della carriera di Jacovitti. La sua autonomia intellettuale e il rifiuto di piegarsi alle mode culturali dominanti gli costano l’accusa infondata di essere un simpatizzante fascista, con il risultato che alcune collaborazioni editoriali gli vengono precluse. Collabora con Linus, ma l’esperienza è difficile: il personaggio Gionni Peppe, creato su invito del direttore Oreste del Buono, viene percepito come un corpo estraneo dai lettori della rivista, sia per l’umorismo diverso da quello a cui erano abituati, sia per il suo essere dichiaratamente reazionario rispetto alla linea politica del giornale.
Nel 1977 pubblica Kamasultra, una serie di albi comico-erotici con testi di Marcello Marchesi, che provoca la rottura con l’editrice AVE. È Jacovitti che attraversa un genere quello erotico con lo stesso strumento che ha sempre usato: il grottesco, il paradosso, la deformazione caricaturale. Il risultato è meno una provocazione che una dimostrazione di coerenza: lo stile non cambia, cambia solo il territorio.
Gli ultimi anni e l’eredità (anni Ottanta–1997)
Negli anni Ottanta collabora con Linus e poi con Playmen. Continua a rielaborare le proprie opere, a ristampare, a rilasciare interviste in cui riflette sul proprio metodo con una lucidità disarmante. Muore a Roma il 3 dicembre 1997, poche ore prima della moglie Floriana Jodice, sposata nel 1949. Viene sepolto nel cimitero di Romola, in provincia di Firenze, paese d’origine della famiglia della moglie.
La sua eredità non è misurabile solo in personaggi o tavole. Leo Ortolani, Massimo Mattioli, Andrea Pazienza, tra gli altri, hanno riconosciuto in Jacovitti una fonte di ispirazione inesauribile. La sua è stata una delle evoluzioni stilistiche più lunghe e complesse della storia del fumetto: dagli inizi sommari e quasi infantili del Vittorioso del 1940 alle raffinate tavole degli anni Settanta, senza mai cristallizzarsi in una maniera definita e immutabile. È questo, probabilmente, il tratto più difficile da imitare: non lo stile in sé, ma la capacità di restare in movimento per quasi sessant’anni senza perdere riconoscibilità.


















