Esistono personaggi che appartengono al loro tempo ed esistono personaggi che finiscono per trascenderlo. Cocco Bill appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Con il suo cappello da cowboy, il volto impassibile e l’inconfondibile passione per la camomilla, il protagonista creato da Benito Jacovitti è diventato una delle figure più iconiche della cultura fumettistica italiana.
A una lettura superficiale, Cocco Bill potrebbe apparire come una semplice parodia del western. In realtà, dietro le sparatorie improbabili, i nomi strampalati e le gag surreali si nasconde un’opera straordinariamente complessa, nella quale Jacovitti sperimenta con il linguaggio fumettistico, sovverte i codici narrativi del genere e costruisce un immaginario immediatamente riconoscibile.
Leggere oggi Cocco Bill significa riscoprire non soltanto uno dei più grandi autores italiani del Novecento, ma anche comprendere quanto il fumetto umoristico possa essere raffinato, innovativo e culturalmente rilevante.
Questa recensione prende in esame Cocco Bill come opera nel suo complesso e non una specifica edizione editoriale. Le considerazioni relative alla qualità di stampa, ai materiali e agli apparati redazionali possono pertanto variare a seconda della ristampa consultata.
Contestualizzazione
Cocco Bill nasce nel 1957 sulle pagine de Il Giorno dei Ragazzi, supplemento del quotidiano Il Giorno. È un periodo in cui il western domina l’immaginario collettivo: il cinema americano continua a proporre pistoleri leggendari e nelle edicole italiane il successo di personaggi come Tex conferma la popolarità del genere. Benito Jacovitti decide però di percorrere una strada completamente diversa. Anziché imitare il western classico, ne destruttura i meccanismi dall’interno, sostituendo l’epica con il paradosso e il realismo con l’assurdo.
L’opera si colloca inoltre in una fase di piena maturità artistica dell’autore. Dopo aver creato personaggi come Pippo, Pertica e Palla, Zorry Kid e Jak Mandolino, Jacovitti trova in Cocco Bill il contenitore ideale per expresar la propria poetica: un universo dove il caos visivo convive con una precisione narrativa sorprendente. Nel corso dei decenni il personaggio ha conosciuto numerose ristampe e adattamenti, diventando uno dei simboli più rappresentativi del fumetto umoristico italiano.
TRAMA
Cocco Bill è uno sceriffo errante, un texano idealizzato, implacabile e dai riflessi sovrannaturali che attraversa città polverose, deserti costellati di scheletri senzienti e villaggi improbabili della Frontiera con l’unico obiettivo di ristabilire l’ordine ovunque si manifesti il crimine. A differenza dei tradizionali eroi del Far West, rudi, cinici e inclini all’abuso di whisky nei saloon, il tratto distintivo di Cocco Bill è una sconfinata, quasi liturgica, passione per la camomilla bollente. Questa bizzarra abitudine non ne mina affatto la letalità: il cowboy è capace di estrarre le sue colt a una velocità fantascientifica, risolvendo le dispute cittadine a suon di sganassoni coreografici e sparatorie geometriche dove i proiettili compiono traiettorie impossibili, perforando cappelli e avversari senza però mai sfociare nel gore o nel dramma reale.
Al suo fianco si muove il fedele cavallo Trottalemme, un quadrupede decisamente cinico, pensante, accanito fumatore di sigari e capace di dialogare con il proprio cavaliere, commentandone le bizzarrie o risolvendo i problemi nei momenti di stallo narrativo. Ad arricchire il microcosmo delle sue avventure intervengono comprimari ricorrenti come il bizzarro vice-sceriffo Piumabella o le storiche caricature di nativi americani, Apache, Piedi Neri o Ciriuàchi, che Jacovitti fa esprimere in improbabili dialetti finto-nordici o romaneschi. A opporsi all’eroe si alterna una galleria infinita di banditi dai nomi grotteschi, come il temibile Bunz Barabarunz o i sette fratelli Kuknass, truffatori di professione e sceriffi corrotti, tutti caratterizzati da fisionomie elastiche e deformi, privi di una reale cattiveria ideologica ma guidati da una spassosa, totale stupidità delinquenziale.
Le storie seguono generalmente una struttura autoconclusiva ben definita e apparentemente ripetitiva. Cocco Bill giunge in una nuova comunità di frontiera, spesso dalle denominazioni bizzarre come Calamity Town, entra immediatamente in contatto con una situazione problematica, che sia una rapina in banca, un rapimento di una fanciulla o una faida tra allevatori e interviene per risolverla. Il conflitto centrale muove sempre da un pretesto classico del genere western, ma la promessa narrativa che Jacovitti fa al lettore non risiede nella risoluzione del mistero o nel trionfo della giustizia, bensì nel come ci si arriverà: un viaggio imprevedibile attraverso il non-sense purissimo.
La narrazione procede infatti per deviazioni assurde, in cui le sparatorie si trasformano in balletti e i corpi dei personaggi si allungano o si riducono come gomma, per poi tornare integri nella vignetta successiva. Il vero motore delle storie non è tanto il conflitto morale tra bene e male, quanto il piacere anarchico dell’invenzione continua, capace di ribaltare qualsiasi logica causale a favore della pura trovata visiva e testuale.
ANALISI CRITICA
Il West secondo Jacovitti: demolire il mito attraverso il sorriso
La grande intuizione di Jacovitti consiste nell’aver compreso che il modo migliore per rendere omaggio a un genere fosse smontarne le convenzioni. Il western tradicional celebra il coraggio, la virilità e il senso dell’onore. In Cocco Bill, invece, il protagonista sorseggia camomilla, i banditi assumono atteggiamenti grotteschi e le situazioni più drammatiche vengono sistematicamente svuotate della loro solennità. Eppure questa dissacrazione non si traduce mai in disprezzo. Jacovitti ama profondamente il western e proprio per questo si concede il lusso di giocarci, piegandolo alle esigenze della propria comicità.
Il caos controllato di un maestro
Una delle caratteristiche più sorprendenti dell’opera è la straordinaria densità delle tavole. Ogni vignetta è popolata da oggetti apparentemente inutili: salami, lische di pesce, vermi col cappello, cartelli improbabili e dettagli che sembrano vivere di vita propria. Questo celebre horror vacui jacovittesco non rappresenta un semplice vezzo grafico, ma una precisa scelta poetica. Il lettore viene invitato a rallentare, osservare, soffermarsi. La lettura non procede esclusivamente lungo l’asse narrativo principale, ma si arricchisce continuamente di micro-racconti disseminati sullo sfondo. È un fumetto che chiede partecipazione attiva.
Una comicità che nasce dal linguaggio
L’umorismo di Cocco Bill non dipende soltanto dalle situazioni. Jacovitti costruisce un linguaggio personale fatto di neologismi, onomatopee personalizzate (i celebri Spunt!, Bang!, Slurp! reinventati), nomi improbabili e deformazioni lessicali. Le parole diventano parte integrante dell’esperienza visiva, contribuendo a definire il ritmo della lettura. Questa fusione tra componente verbale e grafica dimostra una comprensione profonda delle specificità del medium fumettistico.
La forza delle maschere e la coralità dei comprimari
Dal punto di vista psicologico, i personaggi di Cocco Bill non attraversano evoluzioni. L’opera funziona secondo la logica della maschera teatrale della Commedia dell’Arte: è rassicurante e immutabile. Gran parte del fascino strutturale deriva però da come queste maschere interagiscono:
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Trottalemme: Più che una cavalcatura, costituisce la perfetta spalla comica della Frontiera. Con il suo cinismo disilluso bilancia la geometrica infallibilità del protagonista, umanizzandolo indirettamente.
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Piumabella: Rappresenta l’elemento di supporto istituzionale, una spassosa parodia dell’ordine costituito che contribuisce a solidificare il microcosmo burocratico del West jacovittesco.
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I “Villain” senza tragedia: Coerentemente con la natura parodistica dell’opera, non esiste una nemesi storica. Gli antagonisti cambiano continuamente; non mettono mai in reale pericolo l’eroe, ma agiscono come catalizzatori di gag e deformazioni slapstick, svuotando il crimine di qualsiasi sottotesto drammatico.
I limiti dell’opera
Anche un classico presenta inevitabilmente alcuni limiti se riletto con gli occhi di oggi. La struttura rigidamente episodica e l’assenza totale di un’orizzontalità narrativa o di un’evoluzione psicologica dei personaggi potrebbero risultare meno coinvolgenti per quei lettori abituati alle grandi saghe seriali contemporanee. Inoltre, l’umorismo surreale di Jacovitti richiede una certa disponibilità mentale ad accettare regole narrative del tutto avulse dal realismo moderno. Sono tuttavia caratteristiche strettamente legate all’identità dell’opera più che autentici difetti.
Un’eredità ancora viva
L’influenza di Jacovitti sul fumetto italiano è difficilmente quantificabile. Autori di generazioni successive hanno ereditato da lui la libertà di sperimentare con la pagina, di mescolare registri differenti e di considerare il fumetto come uno spazio espressivo privo di rigidi confini. Cocco Bill continua ancora oggi a essere ristampato, studiato e tramandato, confermando la propria capacità di parlare a lettori appartenenti a epoche diverse.
Riferimenti e confronti
Per comprendere meglio l’unicità di Cocco Bill, può essere utile confrontarlo con tre opere affini:
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Lucky Luke di Morris e René Goscinny: con cui condivide l’ambientazione western e l’approccio umoristico, pur sviluppando una comicità franco-belga decisamente meno surreale e più legata alla parodia storica;
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Zorry Kid di Benito Jacovitti: altra celebre parodia dell’autore (incentrata sul mito di Zorro), utile per osservare l’evoluzione e l’applicazione della sua personale poetica del non-sense su un diverso canovaccio avventuroso;
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Tex di Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini: emblema del western classico e realistico italiano, di cui Cocco Bill rappresenta la perfetta, brillante e affettuosa controparte dissacrante.







